Un Mestiere, una Storia




PicaSass: Un mestiere, una storia



Verso il Mille

Agli albori del secondo millennio Viggiù era, con tutta probabilità, un grumo di case raccolte ai piedi del Sant'Elia in una posizione strategica difensiva rispetto alle vie di comunicazione e spesso di invasione che coincidevano e che erano le direttrici per Bellinzona e i valichi alpini da un lato attraverso la Valceresio, dall'altro quella tra Lugano, Como e il Seprio.
È possibile che qui vi sia stata in tempi remoti una stazione di avvistamento romana, ma nulla più.
Non vi sono stati ritrovamenti da far pensare ad un insediamento di qualche consistenza né ve ne è traccia nella formazione dell'attuale abitato che, anzi, rivela una origine inconfondibilmente medioevale.
Le supposizioni fatte in passato da storici locali sull'origine romana di Viggiù sembrano dettate più da fantasia politica del momento che suffragate da testimonianze attendibili.


I cluniacensi

A partire dal secondo decennio del mille si installano in questa plaga i cluniacensi che contribuiscono a sviluppare soprattutto l'agricoltura, ma che avranno una parte importante anche nello sviluppo dell'architettura e quindi di tutte le professioni e mestieri connessi.
Del 1040 è l'abbazia di S. Gemolo a Ganna posta sulla via tra Varese e Bellinzona.
Di S. Elia sopra Viggiù, dipendenza cluniacense, anch'essa in posizione strategica (vi si domina tutta la Valceresio e tutto il lago Ceresio) si ha notizia da un editto di Urbano II del 1095.
L'attuale chiesa con il non ortodosso orientamento Nord-Sud fa supporre possa trattarsi del braccio destro realizzato, di un ben più vasto progetto poi abbandonato o andato distrutto.
A tale proposito ci auguriamo che una campagna di scavi possa dare qualche risposta ai molti interrogativi intorno al S. Elia.

È certo che per un periodo anche lungo questo fu un centro propulsivo di grande valenza che contava un numero elevato di monaci e che aveva in San Siro alla Baraggia la propria dipendenza agricola.


I Maestri Comacini

È in questo periodo che cominciano ad intensificarsi viaggi oltralpe, probabilmente facilitati dai cluniacensi, dei maestri comacini per affinare la loro maestria a contatto e confronto con i costruttori delle grandi cattedrali francesi?

Non si spiegano diversamente le influenze di stile francese che si colgono nelle prime opere importanti che essi vanno costruendo oramai in tutta l'Italia del nord.
Nel volgere di qualche decennio i magistri e le maestranze comacine mettono a fuoco un linguaggio ed una tecnica costruttiva propria che li mettono in grado di dare la loro impronta a grandi fabbriche che ancor oggi ammiriamo da Bergamo a Trento, da Monza a Pavia, Como, Milano e Modena.
Ad una schiera imponente di architetti e scultori dall'Antelami ad Adamo da Arogno, da Bonino, Marco e Matteo da Campione a Viligelmo a Ugo (per dire solo dei più antichi e grandi) che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell'architettura e della scultura, seguivano maestranze foltissime che facevano parte della stessa corporazione o della stessa famiglia.

Sembra ovvio pensare che già in questa fase di espansione delle attività dei comacini qualche viggiutese sia stato in qualche modo cooptato, e fors'anche fosse stata, in quel periodo, già scoperta la duttilità allo scalpello della pietra di Viggiù.
Testimonianze di questo periodo dell'uso della pietra viggiutese ad uso architettonico e scultoreo sono a Clivio, Cantello, Arcisate e Gavirate; la più interessante e misteriosa rimane la grande vasca del battistero varesino, incompiuta d'anonimo autore, sicuramente comacino.


Il 1300

Nella seconda metà del trecento la ripresa dei lavori al Duomo di Monza (1350) l'inizio della nuova fabbrica del Duomo di Milano (1386) e della Certosa di Pavia (1396) provoca una grande mobilitazione di manodopera anche specializzata prosciugando ogni disponibilità dai Pirenei ai Carpazi.
Questo fatto produsse una svolta ed una accelerazione verso nuove forme di organizzazione degli scalpellini e con molta verosimiglianza anche nuove iniziative economiche.


Fervente attività

I viggiutesi si accorgono di avere a portata di mano la materia prima per creare una economia locale che si inserisca nella più vasta area comacina con tutti i vantaggi che ciò comporta, ed essendo ormai ammaestrati dall'esperienza, inseguono la vena della pietra bucando la montagna, organizzano il territorio con strade e terrazzamenti affinché sia più agevole l'escavazione, la lavorazione e il trasporto.
La pietra di Viggiù comincia a vivere ed inizia la sua storia.
Con il passare dei decenni e dei secoli il mestiere e la sua cultura diventeranno pressocché gli unici protagonisti della storia del paese.
Tutto ruota intorno a questa attività che si diversifica quanto a profili professionali, che impronta lo stesso ambiente fisico, i costumi e le relazioni sociali.


Conformazione del paese

Il territorio dove si aprono le cave viene modificato non solo per agevolare il lavoro inerente l'escavazione della pietra, ma anche per poterlo adibire a coltivazioni agricole.
Sino al primo decennio di questo secolo sui terrazzamenti ottenuti con gli scavi di cava erano impiantati vigneti e oliveti, oltre alle altre coltivazioni, dal mais alle verdure.
A tali incombenze erano destinate le donne, cui naturalmente spettava anche la cura della casa.
Per gli animali era stato inventato un ruolo di pastore comunale, il quale al mattino radunava gli armenti, li portava a pascolare a monte e la sera li riportava ciascuno alla sua stalla.
Ma anche la conformazione del paese, con le case a corte chiusa che si espande per accumulazione come un favo, si spiega con una economia ed un mestiere entrambi basati sulla famiglia, il mestiere trova pure nella famiglia la sua prima forma istituzionale di trasmissione del sapere.


Crisi delle Corporazioni

Anche nel viggiutese come in tutta l'area comacina le corporazioni entrano in crisi molto prima che nel centro Italia dove sarà la bottega rinascimentale a decidere la loro definitiva eclisse.
Da noi già dal XIII sec. la famiglia si presenta spesso come "impresa" e da allora l'organizzazione delle maestranze è sempre più frequentemente legata alla famiglia.
Questa economia dà nuova linfa al paese che cresce fornendo in continuazione magistri alle grandi fabbriche che con alterne fortune proseguono la loro edificazìone.
Qualche documento ci conferma queste presenze; ma sarà solo a partire dalla redazione degli "Stato delle anime" dopo il Concilio tridentino che si trova conferma della composizione sociale della comunità.


Il 1570

Nel 1574 Viggiù conta 1145 abitanti dei quali 1117 dimoranti nell'attuale centro storico ed è alla vigilia di una grande espansione economica e demografica che caratterizzerà i secoli successivi.
Dallo stesso "Stato delle anime" si trova conferma che l'economia viggiutese è pressoché interamente legata alla lavorazione della pietra.


Martino Longhi "il vecchio" ed il boom economico

In questo stesso anno 1574 mentre risulta ancora abitante a Viggiù, il quarantenne Martino Longhi, è già stato nominato da Gregorio XIII "architetto papale" ed è certamente uno degli artefici del primo boom economico viggiutese.
Il suo successo professionale gli consentiva cospicui investimenti in loco, ma soprattutto procacciava lavoro alle maestranze locali.
Al suo seguito partì per Roma un nutrito numero di lavoratori di diverse specializzazioni, che nella capitale si riunirono poi in una "Compagnia del Corpus Domini" che aveva una struttura gerarchica simile alle gilde e che inviava al paese natale tramite il "Bancho di Como" cospicue somme di denaro.
Ma viggiutesi erano anche alla testa dell'Università dei marmorari o della Congregazione degli scultori e Lapicidi.


Onorio e Martino Longhi "il giovane"

Anche il figlio Onorio e il figlio di questi Martino "il giovane" furono architetti, protagonisti problematici del passaggio dal manierismo al barocco in architettura, ma anche personaggi di rilievo e di successo nella Roma di quegli anni.
Tutti e tre furono Accademici di San Luca; Onorio, il più inquieto era amico fraterno del Caravaggio, Martino il giovane era anche poeta, animatore di dibattiti, collezionista di quadri di celebri pittori.
La parabola dei Longhi, la prima famiglia viggiutese che assurge a fama, nacque con Martino il vecchio e si conclude a Viggiù con il ritorno di Martino il giovane che vi acquistò una casa per sé, la restaurò e vi mori nel 1660, e venne sepolto nella chiesa di San Martino che era diventata di famiglia.


La famiglia Buzzi

Nel frattempo a Viggiù e Milano si impone un'altra famiglia, quella dei Buzzi (che era diventata così numerosa da necessitare di patronimici o soprannomi per raccapezzarsi; ecco allora i Buzzi-Reschini, Buzzi-Donato, Buzzi~Speziè ecc.) mentre nuove fabbriche vengono innalzate a baluardo della fede, per mantenere il ritrovato fervore religioso nell'imperversare della peste: i sacri monti.
Alla costruzione di quello di Varese saranno impegnati per tutto un secolo molti viggiutesi.


Il Barocco

Mentre la fabbrica del Duomo a Milano continuerà ad assorbire manodopera, le maestranze residenti grazie alle fortune del barocco sposate alla nuova liturgia voluta dal Concilio tridentino, furono investite da una nuova copiosissima committenza di altari, balaustrate, acquasantiere, camini.
Ogni bottega, quindi ogni famiglia, si dette una particolarità esecutiva, soprattutto nella gamma dei materiali ricercando marmi preziosi non solo italiani, ma ricorrendo ai rossi di Francia, ai broccatelli di Spagna e Portogallo, ai neri del Belgio, all'argento, alla madreperla, etc.
Da Milano al Canton Ticino sono stati schedati più di cento altari.
A Varese si ammira una delle più alte testimonianze di questa produzione artistica nell'altare maggiore in San Vittore, eseguito nel 1735 da Carlo Gerolamo e Giuseppe Buzzi-Speziè su disegno di Bartolomeo Bolli.
Nel 1751 il fratello Elia Vincenzo Buzzi, allora protostatuario del Duomo di Milano, scultore il più significativo del Settecento Lombardo, portò a compimento la parte statuaria.
Il risultato fu così convincente che ai Buzzi venne commissionato anche l'altare di Santa Caterina (di Carlo Girolamo e Giuseppe Buzzi si conoscono venticinque altari).

Di poco più giovane del Buzzi, un altro viggiutese anch'egli di una famiglia d'artisti fu protagonista della scena artistica milanese: Carlo Maria Giudici.
Venne ammesso alla Fabbrica del Duomo nel 1750, ma quasi subito decise di recarsi a Roma a "studiare statue e pitture dei greci".
Ritornato a Milano rientrò alla Fabbrica e dopo qualche anno venne nominato protostatuario.
All'apertura dell'Accademia di Brera fu maestro ed anche amministratore; tra i suoi allievi spicca Andrea Appiani che ben incarna gli ideali maturi del Giudici: una compostezza classica memore dei Grandi Lombardi del Cinquecento, Gaudenzio e Luini "in primis".


Il 1800

Con questi maestri alle spalle, i viggiutesi s'affacciano entusiasti e preparati al nuovo secolo che ne vedrà numerosissimi cogliere allori ed affermarsi individualmente e molti di più continuare nella paziente opera di cavare la pietra, intagliare portali, scolpire balaustre, etc.
Già sul finire del secolo la committenza si era notevolmente ampliata: oltre quella religiosa, si era risvegliata quella pubblica ed anche i nuovi ricchi imprenditori cominciarono a voler per sè stessi belle magioni che li promuovessero socialmente e monumenti funebri che ne perpetuassero la gloria.
Dall'Arco della Pace, alla Scala, a Brera e come da sempre al Duomo, frotte di viggiutesi di tutti i livelli del mestiere dettero il meglio delle loro capacità.
Uno emerse su tutti nel periodo neoclassico, apprezzato sia da Napoleone che dagli Austriaci: Pompeo Marchesi di Saltrio, docente all'Accademia di Brera, animatore culturale, amico del Cagnola e degli spiriti migliori del tempo dominò la scena milanese non solo come scultore.
Quando Marchesi lascia la scena terrena già si preannunciano il Vela, il Grandi; il Butti bambino è già a bottega dal Barzaghi e di là a poco diventerà uno "scultore famoso a ventisette anni" come scrisse di lui Vespasiano Bignami, anche lui docente a Brera come Giosuè Argenti, autore di opere famosissime.


La Crisi

Nel frattempo però il nuovo modo di costruire con il cemento armato, l'evoluzione del gusto nonchè ragioni economiche hanno messo in crisi il mestiere dopo secoli di successi.

Rimangono a testimonianza di questi secoli di storia del mestiere dei PICASASS, oltre alle migliaia di opere sparse per il mondo, le cave abbandonate ma intatte alle quali è necessario al più presto dare nuova vita seppure con diverse finalità, rimane il vecchio cimitero, pressocché intatto, museo all'aperto della scultura cimiteriale dell'800, e tutto ciò che sinora si è recuperato e si continuerà a recuperare nel Museo per ampliare la sezione documentaria dei PICASASS.


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Testo tratto da:
"PICASASS:
Storia del mestiere e degli uomini che hanno fatto la storia di Viggiù"
a cura di Gottardo Ortelli
con testi di Beppe Galli, Gianpiero Gattoni, Giovanni Radice
Macchione Editore - Varese, 1995




- Pubblicato per la prima volta su ViR il 06-1997 -
- Aggiornato a novembre 2021 by tasa -




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