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Viggiù in Rete
PicaSass
Un Mestiere, una Storia
Metodi di escavazione della pietraIl testo è stato tratto dal volume Picasass
(di AA.VV. - Macchione Editore -Va- 1995)

Cavatura a mano La segatura a mano
La lucidatura La cava

A) Cavatura a mano

Generalmente una cava si inizia partendo dall'osservazione degli affioramenti superficiali della pietra che erano determinati da spaccature naturali, provocati dal dilavamento o da terremoti.

La cavatura si effettua partendo dalla falda della pietra, tra cappellaccio e massa calcarea, si asportava uno strato del tetto di falda, che era a diretto contatto con la formazione utile, dello spessore di circa 120 cm; la profondità e la lunghezza di questo scavo dipendevano dalle possibilità di lavorazione e dalle dimensioni dei blocchi che si volevano estrarre.

Ultimata quest'operazione si realizzava un canale largo 20-25 cm nella parte anteriore del blocco da cavare che raggiungesse la base della stratificazione.
Quindi alla base del blocco che si voleva staccare veniva praticata un'incisione di circa 10 cm di profondità, nella quale si inserivano lame e cunei di ferro distanti circa 5 cm l'uno dall'altro; due operai alternatamente colpivano i cunei con pesante martello da impugnare a due manimazze sino a quando avveniva il distacco del masso.
In alcuni casi, per facilitare lo stacco del blocco, si usava l'espediente di inserire cunei di legno, che dopo essere stati inseriti a colpi di mazza nella cavità venivano bagnati, l'imbibizione dei cunei li faceva aumentare di volume e determinava lo stacco del blocco.

Asportato il primo strato di materiale utile si procedeva, con la medesima tecnica, al distacco degli strati sottostanti. Per maggior comodità e sicurezza dell'escavazione si dava al fronte di abbattimento un profilo a gradini i cui ripiani corrispondevano ai piani di stratificazione.

Dopo che un masso era stato completamente staccato si infilavano alla sua base, con l'ausilio di grosse leve, bocce di ferro e piccoli cilindro su cui si facevano scorrere i massi"curli" per trasportarlo dai gradini di coltivazione al punto di attacco della lizza.

Da qui, i blocchi, legati con cavi d'acciaio, venivano posti, utilizzando dei grossi "curli" su bancali o su una schelcia e con l'ausilio o di ruote a mano o di argani venivano trascinati verso il piazzale della cava ove avveniva la prima sbozzatura per renderli commerciabili e per individuare eventuali difetti della pietra.

Per trasportare i massi dalla cava ai laboratori, si utilizzavano carri o carri matticarro con le ruote anteriori più grandi delle posteriori in modo che in discesa il pianale fosse sempre orizzontale a seconda della distanza del laboratorio dalla cava.torna al sommario della pagina

B) La segatura a mano

La sega a mano è un meccanismo molto semplice. Consiste in un'intelaiatura in legno che porta una lama di ferro della lunghezza da 2 a 4 metri secondo la dimensione del blocco che deve segare. Questa intelaiatura è sostenuta da funi mediante un cavalletto sotto il quale è sistemato il blocco. Le funi permettono al telaio della sega un movimento di va e vieni. Si dispone il telaio con la lama di ferro aderente al blocco: due uomini danno il movimento di oscillazione al telaio: un mastello contenente acqua ne lascia scorrere una certa quantità sotto la lama: uno degli operai, mentre con una mano aiuta il compagno nel fare oscillare il telaio, con l'altra maneggia una canna in modo da far scorrere sotto la lama una piccola porzione di sabbia che è disposta in mucchio sul blocco. La sabbia distribuita uniformemente per mezzo dell'acqua, premuta e trascinata dalla lama di ferro, corrode il marmo ed a poco a poco lo sega.

Con le funi si regola la discesa del telaio man mano che il taglio discende.torna al sommario della pagina

C) La lucidatura

Il termine levigatura, in dialetto, rudà, deriva dal nome con cui si designa la pietra pomice naturale che veniva utilizzata per questo processo; questo materiale veniva estratto da una cava, sul monte S. Elia, situata in prossimità delle cave di "macchia vecchia" denominata "roda".

Nel processo di levigatura si utilizzavano o una pietra pomice naturale o uno smeriglio artificiale la cui grana diminuiva di dimensioni a seconda del grado di levigatura desiderata.

La levigatura veniva effettuata sfregando l'intera superficie da trattare con la pietra pomice e, per acuire l'abrasività del materiale, si soleva bagnare la stessa con abbondante acqua. Si levigavano specialmente le parti incavate, che, per loro natura, presentavano maggior difficoltà ad essere sottoposte a tale trattamento.

Terminata tale fase di levigatura, iniziava la lucidatura vera e propria, con una spugna porosa, molto imbevuta d'acqua, si sciacquava la superficie. Si macinava poi, molto finemente, del pomice naturale, al quale, in seguito, veniva aggiunta una quantità pari al 10% di zolfo in polvere. Successivamente con uno strofinaccio, intriso di tale mistura, si sfregava energicamente l'intera superficie. Risultato di tali procedimenti era il cosiddetto mezzo lucido. Per ottenere poi quello completo, si utilizzava dell'acido ossalico finissimo unito a cera, composto denominato in dialetto "tete", che veniva distribuito e strofinato ulteriormente sull'intero manufatto.

Naturalmente il risultato del processo sarebbe stato più o meno soddisfacente a seconda della forza, della pazienza e del tempo impiegati. Il processo di lucidatura dei marmi e delle pietre veniva praticato soprattutto nelle botteghe specializzate nella realizzazione di altari, camini, pianali per tavoli e mobili, colonne e balaustre.

Il mestiere di lucidatore veniva intrapreso da quei ragazzi che non avevano particolari doti artistiche e che di conseguenza non potevano dedicarsi alla professione di scultore oppure da coloro che per esigenze familiari, erano costretti, sin da tenera età, a contribuire, col loro lavoro, alle entrate finanziarie della famiglia.

Mentre per il lucidatore, l'apprendistato durava solo un anno, per il marmista e per il cavatore era molto più lungo.

Mentre a Viggiù, la maggioranza della manodopera impiegata in tale lavorazione era maschile ad Arzo (poco distante, in Svizzera) vi era una prevalenza di manovalanza femminile.torna al sommario della pagina

D) La cava

L'asportazione di materiale lapideo dalle cave generava una conformazione della medesima che era detta "a camera" e, conformemente ad un regolamento della polizia della miniera, ad intervalli costanti di 10 metri venivano risparmiati dei pilastri, delle dimensioni minime di almeno 1 metro per lato, che fungevano da sostegno per la volta della cava. L'aspetto e la configurazione delle cave, dai primi anni di sfruttamento sino al Settecento, le faceva assomigliare a degli alti porticati di una bellezza bizzarra e teatrale, mentre negli anni successivi, scendendo l'escavazione sempre più in profondità, conformemente all'inclinazione della falda della pietra, le tramutava in complessi labirinti.torna al sommario della pagina


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* Il testo è stato tratto dal volume
Picasass
(di AA.VV. - Macchione Editore 1995)

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